La Madonna dello schiaffo
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Storia
la madonna
dello schiaffo
La statua della Madonna dello schiaffo è custodita all’interno del Duomo di Vercelli ed è legata a diverse leggende.
Le origini della storia
L’antica statua della Madonna dello schiaffo è stata ricavata da un
unico pezzo di marmo bianchissimo e si stima risalga intorno al XIII secolo. La statua è posta all’interno del Duomo di Vercelli, su uno splendido altare barocco in un piccolo santuario che corrisponde alla cappella terminale della navata sinistra.
Qual è la particolarità di questa statua? Impossibile non notare che
la Vergine presenta una vistosa macchia rossa sulla guancia destra, mentre il bambino un segno più piccolo in fronte. La tradizione
popolare, per anni, ha attribuito il segno ad uno schiaffo miracolosamente rimasto impresso.
Diverse le storie che si raccontano a supporto di questa tesi.
La più famosa pare risalire al 1600, epoca in cui un certo Raroto, un popolano col vizio del gioco, estremamente adirato per aver perso una grossa somma di denaro, colpisce il volto della Vergine con un violento schiaffo che fece comparire quel livido scuro che ancora oggi rimane.
Qualcuno addirittura narra che la statua abbia iniziato a sanguinare spontaneamente e proprio il sangue lascia quel segno rosso sulla guancia. Da allora, la statua è conosciuta come Madonna dello Schiaffo, diventando meta di devozione in particolare in occasione di epidemie o calamità di varia natura.
Storia
la famiglia
avogadro
Ripercorriamo insieme la storia di una delle famiglie più importanti di Vercelli: gli Avogadro.
Le origini della STORIa
Quando si parla di famiglie medievali a Vercelli, non si può non mezionare la famiglia Avogadro che ebbe davvero uno stretto
legame con la città.
La presenza di questa famiglia è attestata fin dal XI secolo, il
nome deriva dalla professione di famiglia che era tramandata di
padre in figlio: l’avvocatura, svolta soprattutto attraverso il titolo
di Vescovo della Diocesi di Vercelli. Grazie a questa posizione, nei
secoli XII e XIII, la famiglia diventa sempre più potente, allargando
i suoi possedimenti nei territori vercellesi, biellesi e novaresi.
Simbolo di tale potere è la Torre degli Avogadro dalla
riconoscibilissima pianta ottagonale che si può osservare in Via Verdi. Costruita a partire dal 1266, si discosta dalle altre strutture turriformi vercellesi per la cornice a marcapiano presente a tre quarti d’altezza
e l’assenza di caditoie, non ancora entrate nello stile costruttivo
dell’epoca. Durante alcuni lavori ottocenteschi di restauro, che ne hanno trasformato alcune parti, viene ritrovata intatta la sepoltura verticale di Simone Avogadro da Collobiano, condottiero e signore di Vercelli; l’armatura e la spada sono passati all’Armeria Reale, donati dalla Città.
L’esponente più illustre di questa casata, data l’importante caratura internazionale, è Amedeo Avogadro, Conte di Quaregna e Cerreto. Laureato in diritto canonico a soli vent’anni, ben presto si affeziona alla fisica e alla chimica; suo, infatti, è il contributo fondamentale che permette una prima distinzione tra atomi e molecole e, soprattutto, la nota Legge di Avogadro: “volumi uguali di gas diversi, alla stessa temperatura e pressione, contengono lo stesso numero di molecole”.
Grazie ai suoi studi, si è riuscito a determinare la “mole” come una delle sette unità fisiche fondamentali.
Leggenda
Il santurio della madonna
delle vigne
A poca distanza dal Principato di Lucedio, nel borgo di Trino, sorge il Santurio della MAdonna delle Vigne. I misteri che circondano questa costruzione, immersa nel verde e abbandonata, sono molteplici.
Le origini della leggenda
Costruito nel 1696, Il santuario dedicato al Santo Nome di Maria, comunemente chiamato Madonna delle Vigne, viene sconsacrato il
1784 con bolla papale da parte di Papa Pio VI in seguito alle storie
dell’occulto e influenze diaboliche che dominano la reputazione
dell’area intorno a Lucedio. O almeno, queste sono le notizie ufficiali.
In realtà, numerose ricerche in tempi moderni hanno fatto emergere come la Chiesa potrebbe non essere stata affatto sconsacrata e,
anzi, come sia stata anche restaurata più volte nel corso dei secoli. Sorgerebbe infatti spontaneo chiedersi come mai prendersi l’incarico
di restaurarla se fosse stata abbandonata a sé stessa e sconsacrata.
All’interno della Chiesa, nonostante negli anni sia stata depredata di qualsivoglia oggetto di valore, si trova una lapide in marmo
con inciso il nome di un benefattore, Mons. Giovanni Gamberone; egli
fu Vescovo di Chiavari tra il 1911 e il 1916, perciò in età ben posteriore
alla data storica di abbandono del luogo. Una stranezza che porta a
riflettere.
Tema di dibattito molto più evocativo nei racconti sul Santuario però rimane il cosiddetto “Spartito del Diavolo”.
Data la poca disponibilità di spazio nel Santuario, la Chiesa presenta un affresco di un organo a canne, non potendo permettersi il lusso di averne uno reale. Sul suddetto affresco è rappresentato uno spartito che presenta una particolarità interessante: le note, infatti, partono solo dal secondo pentagramma disegnato, anziché dal primo. Seguendo alcune dicerie popolari, si vocifera che suonando queste note da destra verso sinistra e dal basso verso l’alto, verrebbe evocato il Diavolo in persona, incarcerato da tempo immemore nei sotterranei della Chiesa.
Un insieme di curiosità che portano a mille e più domande, per un luogo avvolto nel mistero che conserva il suo fascino dopo lungo tempo.
Storia
la battaglia
dei campi raudii
La battaglia dei Campi Raudii è anche conosciuta come battaglia di Vercelli.
Le origini della storia
“Senatus! Nuntio vobis ut nostrae legiones ad Vercellas Cimbrorum exercitum pervicerunt omnino!”
Non sappiamo se questa frase sia stata pronunciata davvero.
Quello che sappiamo per certo è che, il 30 Luglio del 101 a.c., o per
dirla alla romana ante diem tertium kalendas sextilis (Agosto si
sarebbe chiamato così solamente un secolo dopo) annum 653 ab
Urbe condita, un esercito invasore del popolo dei Cimbri, forte di all’incirca 210.000 unità tra fanteria e cavalleria, si trova a
fronteggiare 50.000 uomini delle legioni romane guidate da Gaio
Mario, Quinto Lutazio Catulo e Lucio Cornelio Silla.
La cavalleria dei Cimbri, accecati dalla nebbia che spesso avvolge la nostra terra, viene sorpresa e sbaragliata dalla cavalleria romana,
che la costringe a ritirarsi tra i ranghi della fanteria germanica. Successivamente le fanterie si trovano a fronteggiarsi in uno scontro durissimo: da una parte, l’imponente quantità di uomini a
disposizione del condottiero Cimbro Boiorix; dall’altra, la tattica
militare e la disciplina che contraddistinguono l’abilità campale
romana.
E’ ricordato come un massacro. I Cimbri contano più di 140.000 morti e all’incirca 60.000 prigionieri, compresi donne e bambini al seguito dell’esercito, che vengono portati in catene a Roma per il trionfo del generale Mario e venduti come schiavi. Le perdite romane, secondo le fonti storiche citate da Plutarco nelle sue “Vite parallele”, assommano a circa 1.000 unità. Questa battaglia pone un freno al desiderio di conquista della ricca terra italiana da parte dei popoli teutonici. O almeno, per quel momento.
Fonti storiche molto accreditate pongono abbastanza sicuramente il luogo della battaglia a 5 Km da Vercelli, più o meno nel territorio ora occupato da Borgo Vercelli; tuttavia, negli ultimi anni pare che un nuovo luogo, sempre nella Provincia di Vercelli, possa essere stato il vero teatro dello svolgimento della battaglia.
Pare poi che ad uno generali che guidavano le legioni romane, Quinto Lutazio Catulo, sia stato dedicato, nel luogo della battaglia, un monumento per la sua abilità militare, dando il nome di “Catuli Ara” (Altare di Catulo) alla città lì vicina. Questo nome, secondo alcuni, si presta ad interpretazione etimologica del nome di Gattinara.
Storia
I FAGIOLI
DELLA PROVINCIA
In provincia di Vercelli la produzione di fagioli è di gran qualità e due sono le varianti principali di fagiolo coltivate: il fagiolo di Saluggia e il fagiolo di Villata.
Le origini della STORIA
A Saluggia e nei comuni limitrofi di Cigliano, Livorno Ferraris e Crescentino, si coltiva un esemplare di fagiolo inserito tra i PAT – Prodotti Agroalimentari Tipici – del Piemonte. Seminato tra
Giugno e Luglio, dopo la raccolta dei cereali, la pianta del fagiolo
serve a ridare sostanze nutritive a un terreno ormai sfruttato
e povero. Diversamente dai suoi cugini coltivati nel resto del Paese, questa pianta raggiunge al massimo un’altezza di mezzo metro e fruttifica precocemente, tant’è che già intorno a Settembre/Ottobre
è possibile raccoglierne i frutti.
A Villata, invece, si coltiva un esemplare che rimane di colore più
scuro, così da essere denominato “Fagiolo Rosso di Villata”. La sua
caratteristica è la difficoltà a legarsi ai tutori artificiali, pertanto
viene coltivato insieme al mais. Così facendo, la pianta del fagiolo si avvinghia al suo compagno che lo sorregge e lo nutre, raggiungendo fino a due metri di altezza.
La testimonianza legata al fagiolo di Villata più datata risale al 1738 e riguarda un matrimonio finito male. Il documento era infatti inserito in un faldone di liti giudiziarie tra due famiglie di Villata: allegata alla testimonianza giudiziaria c’era una distinta di spese sostenute per il pranzo a carico della famiglia della sposa. Oltre alle spese c’era anche il menu con “la paniscia cun i fasoi grosc nustran e salam vec” (la panissa con i fagioli grossi nostrani e il salame vecchio).































