Il Percorso delle Rane #losapevateche
Tradizione
il percorso delle rane
Lo sapevi che a Vercelli esiste un percorso per visitare la città segnalato da simpatiche rane? Scopri il Percorso delle Rane di Vercellli!
La STORIA
Avete mai fatto caso, camminando per il centro storico di Vercelli, a delle piccole rane davanti alle attrazioni principali della città?
Il “Percorso delle Rane” è un itinerario ideato dal Lions Club di Vercelli, segnato da piccole indicazioni in bronzo
distribuite sui marciapiedi della città, che consente di toccare i punti di maggior interesse artistico del centro storico.
Potrete notare le simpatiche ranocchie davanti ai seguenti siti:
Basilica di Sant’Andrea; Salone Dugentesco; ARCA, Chiesa di San Marco; Chiesa di San Paolo; Torre Vialardi; Chiesa di San Cristoforo;
Chiesa di San Lorenzo; Piazza Cavour; Broletto; Sinagoga; Chiesa di San Giuliano; Casa Centoris; Casa Tizzoni; Museo Francesco Borgogna;
Castello Visconteo; Museo Camillo Leone; Teatro Civico; Palazzo Arcivescovile; Museo del Tesoro del Duomo; Cattedrale di Sant’Eusebio; Seminario Arcivescovile.
Tradizione
ex ospedale maggiore sant’andrea
Una storia lunga 800 anni: struttura di accoglienza per i pellegrini, gli indigenti e gli infermi.
L’ex Ospedale Maggiore Sant’Andrea è oggi uno dei più importanti simboli della Vercelli Medievale.
La STORIA
Nel 1224, quasi in contemporanea con la costruzione della Basilica simbolo della città di Vercelli, il cardinale Guala Bicchieri donò una parte del proprio patrimonio alla realizzazione di un ospizio per forestieri, con il nome di Hospitale Ecllesie nove Sancti Andree de Vercellis.
Inizialmente ideato per accogliere viandanti e pellegrini, l’Hospitale divenne presto anche un rifugio per i poveri e luogo di cura per gli ammalati. All’epoca, erano 14 gli hospitales operativi a Vercelli, ma il Sant’Andrea divenne presto talmente efficiente, da inglobarli tutti e adottare così il nome di Ospedale Maggiore.
Il portico attuale, comunemente noto come Salone Dugentesco, fu eretto alla fine del XIII secolo, e presenta uno dei pochi esempi di pittura piemontese del XIII secolo costituito dalla lunetta che raffigura “Cristo in maestà” con a destra San Pietro e a sinistra Guala Bicchieri, con alle spalle il Sant’Andrea, che presenta al Signore il modello della chiesa.
La struttura, inizialmente nata come chiesa, divenne poi una parte della corsia ospedaliera, ne è prova il monumentale ingresso con una facciata costituita da un pronao a tre archi e con una grande scalinata, elementi tipici di una chiesa.
Tradizione
la Tartufata
La Tartufata oggi è conosciuta come uno dei dolci tipici vercellesi, scopriamo meglio il dolce simbolo delle migliori pasticcerie della città!
Le origini della tradizione
La Tartufata è una torta che non ha precise radici territoriali vercellesi: in realtà si tratta di un dolce la cui presenza e tradizione sono riscontrati in diverse regioni italiane.
Con il passare del tempo, però, la Tartufata ha iniziato ad essere associata sempre più spesso alla città vercellese e all’immagine delle pasticcerie più qualificate.
Che cos’è la Tartufata? Si tratta di un dolce fresco a base di crema Chantilly, Pan di Spagna leggermente imbevuto di bagna alcolica e ricoperto di una soffice foglia di cioccolato.
La Tartufata viene realizzata durante tutto l’arco dell’anno e per questo, come anche il Bicciolano, rappresenta il dolce simbolo per ogni ricorrenza.
Tradizione
la panissa
La Panissa è il piatto più tipico della tradizione popolare vercellese, si tratta di una pietanza a base di riso e fagioli.
Le origini della tradizione
Verso gli inizi del 1400 viene introdotta la coltivazione del riso nel vercellese grazie ai monaci cistercensi che si insediano nelle Grange, fondando nel 1123 l’Abbazia di Santa Maria di Lucedio.
La storia di Vercelli è strettamente legata al riso e proprio il riso non può che essere considerato il re delle tavole vercellesi.
La panissa vercellese è il piatto più tipico della tradizione culinaria
della città di Vercelli, preparato con gli ingredienti classici della gastronomia locale: riso e fagioli, due ingredienti tipici in particolar modo della zona del Vercellese, e il salam d’la duja, un tipico salume
che viene lasciato stagionare in un recipiente di terracotta riempito
di strutto.
Nonostante non ci sia ancora oggi una ricetta unica e riconosciuta, la particolarità della panissa sta nel soffritto di cipolla, lardo e salam d’la duja, nel quale viene tostato il riso, sfumato poi con del vino rosso. Il riso viene cotto insieme al salam d’la duja nel brodo di fagioli e infine mantecato con il formaggio grattugiato.
La panissa vercellese non va confusa con la panissa alla ligure, una polentina di farina di ceci fritta, e nemmeno con la “rivale” novarese, la paniscia, da cui differisce di pochi passi nella preparazione: il brodo della panissa si prepara infatti con i fagioli tipici di Saluggia e salam d’la duja senza cotenna mentre il soffritto è rigorosamente senza burro con l’aggiunta di altro salam d’la duja oltre al lardo.
Storia
giovanni battista viotti
Il famoso compositore e concertista Giovan Battista Viotti nasce a Fontanetto Po, nelle campagne vercellesi, nel 1755.
Le origini della storia
Nel lontano 1755 nasce a Fontanetto Po, parte dell’allora Regno di Sardegna, il piccolo Giovan Battista Viotti. Di umili natali, eredita la passione per la musica dal padre che lo porta prima a studiare a
Torino e poi in Europa, fino a riconoscere nella città di Parigi la
propria musa ispiratrice. Qui infatti grazie alle sue formidabili qualità
di concertista e di compositore, riesce a distinguersi in uno dei
panorami musicali più competitivi dell’epoca.
Dal 1950 a Vercelli si celebra il concorso internazionale di musica “G.B. Viotti” dedicato ai giovani artisti in memoria del grande compositore.
Istituito nel 1950, ha già superato la settantesima edizione ed è attualmente il concorso che vanta il maggior numero di edizioni al mondo, essendo stato celebrato ogni anno, senza alcuna interruzione.
Un’ultima chicca? Studi recenti hanno fatto sorgere alcuni dubbi sulla reale paternità della Marsigliese, affermando che il celebre inno francese abbia in realtà origine da “Tema e variazioni” in do maggiore del compositore vercellese, uno spartito concepito nel 1781 e poi successivamente “adottato” da De Lisle nel 1792 che di fatto ne è considerato l’autore.
Storia
vercelli book
Conservato presso la Biblioteca Capitolare del Museo del Tesoro del Duomo, il Vercelli Book è un importante manoscritto in pergamena che risale al X secolo, scritto in anglo sassone antico.
Le origini della storia
Il Vercelli Book contiene una trentina di componimenti, la maggior
parte in prosa, tutti scritti in anglosassone, uno dei più antichi discendenti dell’odierna lingua Inglese. Insieme ad altri tre codici conservati nel Regno Unito contiene la maggior parte della
produzione poetica redatta in antico Inglese. Un’importanza letteraria
e storica incredibile che ne fa un vero tesoro.
Alcuni dei componimenti, omelie nella fattispecie, presenti nel
Vercelli Book sono uniche e non riportate in alcun altro manoscritto.
Diverse le ipotesi che tentano di spiegare l’arrivo di questo
documento nella città di Vercelli. Si parla di una donazione da parte
di qualche abbiente viaggiatore, probabilmente un Vescovo venuto
da nord che sfrutta la storica ospitalità che da tempo immemore la città riserva ai pellegrini. Non va dimenticato che Vercelli si trova sulla Via Francigena e in epoca medievale questo cammino è particolarmente utilizzato per giungere a Roma. Si narra che potrebbe essere stato lo stesso Sigerico, arcivescovo di Canterbury, da cui prende il nome l’itinerario più conosciuto della Via Francigena, a donare il manoscritto alla città di Vercelli intorno all’anno Mille.
Quel che è certo, contrariamente a quanto possa far pensare la denominazione, è che il nome “Vercelli” non compare mai all’interno del manoscritto e si riferisce puramente al luogo in cui il libro è da sempre conservato.
Storia
l’origine del nome della cittÀ di vercelli
Wehrcelt. Vercellae. Verkelle. Meropoli. Un viaggio attraverso la storia e il mito che si cela dietro l’origine del nome Vercelli.
Le origini della STORIa
La teoria più accreditata per l’origine del nome della città di Vercelli sembra essere “Wehrcelt”, dall’unione delle parole wehr-,
letteralmente “guardia”, e -celt, “celti”, con il significato finale di “avamposto da guardia dei Celti”, il popolo che fonda la città intorno
al V sec. a.C.
Le teorie che però circondano l’origine del nome “vercelli” sono tra le
più disparate. Si parla di Vercellae che deriverebbe dal prefisso ver-,
che significa “importante”, e -cellae, che indica per “centro abitato”.
Una eventuale conferma di questa teoria deriva anche dal fatto che
altri luoghi nelle vicinanze della cittò, avrebbero nel toponimo la
stessa caratteristica. Quali? Per esempio l’antica città di Bucellae, più comunemente conosciuta col nome odierno di Biella, presentando
però il prefisso bu- per indicare un centro abitato di minor importanza.
Verkelle deriverebbe, invece, da una fusione di termini Liguri (qui stanziatisi intorno al 2000 a.C.) e Celtici. Secondo alcuni storici il termine, molto diffuso nella Gallia Cisalpina, indicherebbe zone minerarie sotto sfruttamento, situate alla confluenza di corsi d’acqua e quindi ricche di minerali metalliferi. D’altronde, il fiume Sesia è sempre stato famoso per i suoi giacimenti auriferi.
E Meropoli? Qui si entra nella sfera leggendaria, più che storica… A quanto sembra, la città nacque sotto questo nome, preso dal suo fondatore. Si dice che la città fosse talmente grande da comprendere, oltre all’attuale territorio, anche buona parte del territorio di Borgo Vercelli, dall’altra parte del fiume Cesia (il Sesia). Avrebbe cambiato nome in seguito grazie al Re Beloisio, dominatore di queste terre.
Storia
l’angioletto
di san giuliano
Passeggiando per le vie del centro di Vercelli, è possibile notare uno strano volto, molto simile al viso di un angelo, incastonato nela parte alta di una delle mura della chiesa di san Giuliano.
Le origini della leggenda
Costruita nel XII secolo, San Giuliano è la Chiesa di Vercelli nella quale venivano ordinati i Vescovi prima di prendere possesso dell’Arcidiocesi.
È una chiesa piccola ma incantevole, quasi nascosta tra i palazzi del centro, che reca presioze decorazioni al suo interno con opere di Gaudenzio Ferrari e Girolamo Giovenone.
La Chiesa ha un particolare, molto importante, che spesso sfugge a
chi vi si trova dinanzi: l’angioletto del campanile.
Raggiungendo la Chiesa di San Giuliano da Piazza Cavour e
procedendo su Corso Libertà, circa a 10 metri di altezza, si può
notare un volto in marmo incastonato mella parete.
La credenza popolare lo identifica come un angioletto. In verità è la testa di una statua di origine romana, datata II-III sec. d.C., raffigurante una Minerva.
Era assai d’uso “riciclare” le antiche opere romane per abbellire i palazzi e le chiese medievali. È stata incastonata così in alto affinché sembrasse un angioletto, a scopo apotropaico. Infatti, il suo compito era quello di rivolgersi verso gli spiriti maligni che aleggiavano nell’antico cimitero di San Giuliano, poco distante, per scacciarli.
Leggenda
la torre della
brava figlia
La Torre dei Tizzoni, situata nel centro della città di Vercelli, è conosciuta anche con il nome Torre della Brava Figlia, storicamente legato ad una leggenda.
Le origini della leggenda
La Torre dei Tizzoni si trova in pieno centro a Vercelli ed è parte del palazzo della famiglia ghibellina Tizzoni che risale alla metà del XV secolo. Questa famiglia ha origini antichissime, si stima addirittura
che già nel XII secolo un Tizzoni diventi podestà a Vercelli.
Storicamente, i Tizzoni, di parte ghibellina, sono sempre acerrimi
nemici degli Avogadro, di parte guelfa.
La figura più importante legata alla famiglia Tizzoni nel XII secolo è Pietro Tizzoni, un giovane guerriero che sconfigge i guelfi, guidati
dagli Avogadro, in una battaglia presso Trino, all’epoca occupata ed incendiata nel marzo 1329. Dopo questo sanguinoso scontro viene nominato vicario imperiale Riccardo Tizzoni, potente capo dei
ghibellini vercellesi.
Pochi anni dopo si perde però completamente traccia della famiglia Tizzoni che scompare definitivamente dalla scena politica.
Tuttavia il nome della famiglia Tizzoni rimane legato alla torre vercellese e ad una leggenda che la vede protagonista dietro al nome di “Torre della brava figlia”.
Si dice che Pietro Tizzoni, invaghitosi perdutamente di Maria Avogadro, ordini di rinchiuderla nella torre della sua casa nella speranza di poterla piegare al suo volere. Maria, nota in città per le sue grandi opere di carità, riesce invece resistere alle lusinghe di Tizzoni che le offre denaro e ricchezze in cambio dei suoi favori e grazie alla sua fede, giunge addiritura a farlo pentire di quel gesto, contribuendo così alla riappacificazione delle due famiglie rivali.
Leggenda
gallo di
sant’andrea
In cima all’altissimo campanile di sinistra della Basilica di Sant’Andrea, alto ben 65 metri, svetta un gallo. Difficile notare la sua presenza se non se ne conosce l’esatta posizione eppure a questo gallo sono legate numerose leggende.
Le origini della leggenda
Diversi studiosi ipotizzano che il Gallo in bronzo e rame sarebbe stato collocato sulla sommità del campanile di sinistra mentre su quella destra è stata posizionata la croce di Sant’Andrea nel 1227.
La storia parla di un omaggio all’abate Tommaso Gallo che all’epoca segue, per conto del Cardinale Guala Bicchieri, l’edificazione
dell’antica Abbazia che sarebbe sorta di fianco alla Chiesa. Gallo,
così chiamato per la sua provenienza francese, giunge a Vercelli nel
1224 prima come priore e successivamente come abate di
Sant’Andrea. All’interno della Basilica è presente un imponente monumento funebre a lui dedicato risalente alla prima metà del Trecento.
La leggenda vuole invece che al termine della costruzione della Basilica, un gallo, incredibilmente in grado di volar fin lassù e innamoratosi del panorama vercellese, decise di rimanere per sempre a vegliare sulla città dall’alto. Fu così risoluto nella sua decisione da arrivare a rinunciare per sempre alle sue ali: a ben guardare infatti, non v’è traccia d’ali ma solo una coda dorata.
Esiste, poi, un antico detto popolare secondo cui quando il galletto guarda verso il fiume Sesia si può contare sul bel tempo, mentre quando il suo sguardo è rivolto verso la montagna, è bene prepararsi per la pioggia in arrivo.
Storia
otto ore
in risaia
La contrattualizzazione delle 8 ore lavorative giornaliere rappresenta una conquista importante che in Italia si raggiunge nel 1919, nel Vercellese però si raggiunge già diversi anni prima grazie alle agitazioni popolari guidate dalle mondine.
Le origini della storia
Nella storia del lavoro e della moderna società, la conquista delle 8
ore segna un passaggio fondamentale. Questo vincolo pone infatti
un freno allo sfruttamento del tempo di lavoro di milioni di lavoratori
e lavoratrici, prima definito solo dall’interesse del padrone, e
costringe a ridefinire i limiti del potere di imprenditori e proprietari terrieri, obbligandoli di fatto anche a modernizzare i processi di lavoro per contenere i costi. E’ una grande conquista, si tratta di fatto del riconoscimento per i lavoratori di un diritto fondamentale di cittadinanza sociale e appartenenza ad una collettività. Questa conquista viene sancita in Italia nel 1919 ma pochi sanno che questo obiettivo nella città di Vercelli e nel suo circondario viene raggiunto
molto prima.
Le ragioni di questa anticipazione sono da ricercarsi nelle particolari condizioni sociali, politiche ed economiche del Vercellese. Con la crisi della produzione agricola di fine ‘800 che vede di fatto una prima
globalizzazione dei mercati, molti prodotti vengono importati dall’estero e i lavoratori sono costretti a lasciare le proprie terre per cercare lavoro nelle grandi città.
Proprio nelle risaie si affermano le prime organizzazioni che tentano di contrastare lo sfruttamento del lavoro e supportano diverse agitazioni contadine di fine secolo. Nel 1906, la rivendicazione delle 8 ore diventa il punto focale di queste agitazioni, in particolare degli addetti alla monda, e le proteste dilagano per giorni raggiungendo la città e i paesi limitrofi, sfociando infine in lunghi scioperi. Nonostante gli arresti e i disordini, nel mese di agosto 1906 la protesta arriva a coinvolgere più di 30 paesi del circondario e gli agrari di Vercelli sono costretti a cedere.
Nel 1906, le mondine ottengono la contrattualizzazione delle 8 ore lavorative giornaliere. Per commemorare questa conquista, c’è una targa in centro a Vercelli a pochi passi dal Comune.
Storia
Silvana mangano
e riso amaro
Nel 1949 Vercelli e le sue risaie sono scelte dal regista Giuseppe De Santis come ambientazione per alcune sequenze del film
capolavoro “Riso Amaro”.
Le origini della leggenda
Sono passati ormai più di 70 anni dall’uscita del film cult “Riso
Amaro”, un capolavoro del neorealismo cinematografico per la regia
di Giuseppe de Santis con protagonista l’indimenticabile Silvana Mangano che rimane un emblema dello spirito e dell’immagine
iconica delle terre di risaia.
Questo cult movie è stato girato proprio nella provincia di Vercelli, più precisamente a Cascina Veneria. Si raggiunge percorrendo la strada delle Grange che, imboccata la deviazione per Crova, conduce davanti
ad un grande complesso rurale.
Si tratta della Tenuta Veneria di Lignana, una cascina modello, dove nel 1949 è stato girato il celebre film di De Santis.
Silvana Mangano, protagonista femminile indiscussa della pellicola, è ricordata da tutti i cultori del cinema per quell’immagine che la ritrae con i piedi nell’acqua della risaia, in calze nere a mezza coscia, stereotipo di quella categoria di donne diventate simbolo della civiltà contadina di questa parte della Pianura Padana.































